Venezia 68°: “Forse gli alieni siamo noi” - SiS News

Ovvero, la paura nei confronti dell’altro in ogni sua declinazione



Nei tempi così bui che stiamo vivendo, di crisi, tagli, riforme e controriforme, parlare di bilanci anche per un festival del cinema appare parossistico. Ma mai come quest’anno la 68° Mostra del Cinema di Venezia pare aver scandagliato delle vie da percorrere, semplicemente offrendo delle multiformi visioni a cui credere e a cui ancorarsi, sottolineando la totale e preponderante paura nei confronti dell’altro in ogni sua declinazione. Un altro che è qualcuno di diverso, di alieno, che sta ai nostri antipodi e al quale rispondiamo con violenza, perché si frappone fra noi e la nostra misera solitudine, così umana da divenire fondante e fondativa del nostro essere, così alienante da divenire disturbo ossessivo e masochismo, come nell’intenso Shame di Steve McQueen. Qui il protagonista Michael Fassbender (meritatissima Coppa Volpi come migliore interprete maschile) è prigioniero, prim’ancora che del sesso consumato in ogni sua più disperata declinazione, del suo corpo. È un uomo in gabbia, lacerato, in cerca di un senso, di una parola, forse semplicemente della purezza, quella che non ha mai assaporato: l’amore vero, quello che il corpo lo trapassa da parte a parte, ma che non lo tocca. Lo sfiora appena con Marianne (Nicole Beharie, un'altra, una donna di colore), ed è proprio con lei che qualcosa inizia a sgretolarsi, il meccanismo sessuale s’inceppa: la più grande vergogna e colpa del titolo è non aver mai amato, non essere mai arrivati in profondità, sembra dirci il regista, qui al suo secondo lavoro.

Sempre un’altra è la Sara di Timnit T., la donna che in Terraferma di Emanuele Crialese provoca compassione nella famiglia di isolani che la salva e l’aiuta a partorire una bambina, ma che relegheranno nel garage per far spazio ai turisti, unico motore di un isoletta siciliana che non è nemmeno nel mappamondo. Anche il famoso fumettista Gian Alfonso Pacinotti (Gipi) parla di sbarchi, questa volta di alieni, in un film esemplare sullo sbando della società italiana tra razzismo e misticismo: L’ultimo terrestre, primo lungometraggio che forse meritava qualcosa di più nel palmares finale. A queste due ottime pellicole italiane si aggiunge l’ennesima mediocre pellicola di Cristina Comencini, Quando la notte, tratto dall’ottimo romanzo della citata regista che, come ha definito Daria Bignardi “è pieno di una tensione che non si placa mai, come in certi amori che fanno male”. Tutto bene, peccato che nel film questo risulti ai margini, se non in nuce alla pellicola, in forma confusa e negletta, per dare spazio a languidi sguardi, ammiccamenti e dialoghi da manuale letterario ottocentesco.

Da manuale invece, è la trasposizione cinematografica della pièce teatrale firmata da Yasmina Reza, co-sceneggiatrice con Polanski di Carnage, pellicola favoritissima per il Leone d’oro, ma che invece è la grande e ingiusta sconfitta della Mostra. Indubbiamente retta da un cast in forma eccezionale (Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz e John C. Reilly), è un kammerspiel che continua la già ben tratteggiata e conosciuta poetica polanskiana di drammi ambientati all’interno delle quattro mura domestiche, tanto da assurgere la funzione di labirinto del perpetuo ritorno, conducendo inesorabilmente i quattro protagonisti alla disgregazione delle loro posticce identità e rivelando a poco a poco la loro vera natura. Dialoghi graffianti e ricchi di humor nero e crudeltà ritornano anche in Alps del regista greco Yorgos Lanthimos, già in odor di Oscar per il precedente Dogtooth, pellicola disturbante giocata (come già l’Attenberg che l’anno scorso fruttò la Coppa Volpi alla giovane attrice Ariane Labed e nella quale Lanthimos era il principale interprete maschile) sulla corporalità dei suoi interpreti, che creano un affascinante gioco a incastro dove finzione e verità, recitazione e imitazioni, sono le chiavi di volta sia per comprendere la realtà, che per superare anche i dolori più lancinanti.

L’amore nelle sue più svariate declinazioni è come al solito, uno dei fil rouge che lega tante pellicole insieme: la storia tormentata del pittore francese Frédéric (Louis Garrel) abbandonato dalla moglie Monica Bellucci in Un été brûlant di Philippe Garrel, che vorrebbe essere un tutt’uno con l’arte e l’eternità, ma che alla fine sceglie la strada più facile per congiungersi con l’infinito; l’attesa della morte è anche nel discreto Pollo alle prugne del duo Satrapi- Paronnaud, già autori dell’acclamato Persepolis, i quali tornano nella Teheran dei tardi anni ’50 per presentarci un musicista che ha totalmente perso la voglia di vivere, tanto da lasciarsi morire davanti ai figli e alla moglie mai amata. Il protagonista Nasser Ali Khan (Mathieu Amalric), eccelso violinista, ripercorre come in una danza onirica, il tribolato passato e quell’amore estremo ma impossibile con la bella Iran, alla quale ripensa con sdolcinata malinconia. Un amore alieno e demone è anche quello della drammatica e tormentata storia d’amore tra il selvaggio Heathcliff (James Howson) e la bella Catherine (Kaya Scodelario) in Wuthering Heights, tratto dall’omonimo romanzo ottocentesco di Emily Brontë, cupo e ossessivo adattamento che si concentra quasi esclusivamente sulla figura del giovane e del suo sviluppo mentale e sociale.

Deludono sia 4:44 Last day on earth di Abel Ferrara, film sulla fine del mondo che, nonostante il merito di aver realizzato un’opera positiva e spiritualista, lontana dai soliti cliché apocalittici dei film catastrofici, è incredibilmente sommessa, straniante e in più di un passaggio apertamente moralizzante (addirittura con prediche sull’uso di alcool e droghe), annullando l’eterna dannazione dei suoi più storici personaggi e concludendo la pellicola con un abbraccio cosmico anti-Malickiano. Delude in parte anche Todd Solondz, che con il suo Dark Horse regala una commedia malinconica e poco graffiante sui bamboccioni americani, dipingendo una società americana sempre più consumista e capace di incoraggiare i comportamenti infantili più esasperati. Ma, del resto, già con Le idi di Marzo di George Clooney, film di apertura di questa 68° edizione, si era capito che l’epoca in cui viviamo non è di certo raccomandabile, dal momento che la democrazia è messa in scacco dalla corruzione, scandali sessuali e deliri di onnipotenza del presidente di turno.

Ambizione e potere sono la dialettica fondamentale su cui ruota la pellicola che quest’anno ha giustamente trionfato, guadagnandosi l’ambito Leone d’oro e mettendo d’accordo critica e pubblico dopo qualche anno d’incertezze e polemiche (vedi Somewhere di Sofia Coppola): Faust del regista russo Aleksander Sokurov. Liberamente ispirato alla tragedia di Johann Wolfgang Von Goethe, la pellicola, teatrale, ricercatissima e visivamente mortifera, ha nel suo spazio angusto e soffocante uno dei suoi punti di forza, riuscendo a mostrare l’infinita grandezza della miseria umana e dell’incapacità di porre a freno gli istinti più semplici, i veri peccati capitali. Si apre l’eterna lotta con il proprio Io, tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere: in questo patto con il diavolo, che è molto più umano e capace di condividere dubbi e tensioni del protagonista, si conclude la pellicola, con la splendida sequenza dove Faust è accecato dalla brama di potere in un inferno iperrealistico.

Una nota a margine merita lo splendido Taojie (A simple life) di Anne Hui, storia della domestica Tao Jie (la raffinatissima Deanie Ip, vincitrice della Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile) e della sua intera esistenza spesa a servire la stessa famiglia per più di 60 anni, crescendo Roger (Andry Lau) e vedendo a poco a poco morire molti membri della famiglia. Ora è lei ad aver bisogno di cure e affetto ma, nonostante una vita spesa a badare agli altri, fa fatica ad accettare ogni minimo gesto di gratitudine da parte della famiglia. È una storia potente, un affetto fortissimo che lega la donna a Roger, tanto che quest’ultimo cerca di coinvolgerla in tutte le sue attività, sia per allietare i suoi ultimi giorni e distrarla dalla monotona vita all’interno della casa di riposo, sia perché in fondo è lei la sua vera famiglia, la sua vera mamma.

Categoria: Editoriale

Autore: Ingrid Malossi
Data: 21/09/2011



 

Venezia 68°: “Forse gli alieni siamo noi” commenti