Westworld, la terapia del dolore - News

Umano e non umano nella serie HBO di Jonathan Nolan

Qualcuno ricorderà la scena del chiodo di Blade Runner. Quando Roy Batty si conficca un chiodo in una mano infliggendosi una sofferenza che lo fa sentire, un'ultima volta, umano. Nel 1982, sotto la regia di Ridley Scott, gli sceneggiatori Hampton Fancher e David Webb Peoples, decidono inequivocabilmente che è il dolore a rendere umano un replicante. Il dolore e, come testimonia il monologo più famoso della storia del cinema, la conoscenza. Poi arriva il 2016 e Jonathan Nolan scrive con sua moglie Lisa Joy Westworld (tratto da un film di Michael Crichton, lo stesso di Jurassic Park): forse una delle ultime cose davvero sbalorditive che la serialità televisiva abbia prodotto. E il concetto di androide cambia ancora una volta. Ma anche quello di essere umano.

Per chi non ha visto la prima stagione, appena conclusa, di questa serie occorre una sintesi. Westworld è un parco divertimenti a tema Far West nel quale visitatori ricchissimi (un ingresso costa 40.000 dollari) possono trascorrere una giornata diventando cacciatori di tesori o di taglie, facendo fotografie ricordo e escursioni. Ma anche, a seconda dei gusti, darsi da fare al bordello o uccidere e torturare senza pietà i residenti. Gli abitanti del parco, infatti, sono androidi perfettamente identici agli esseri umani, che si prestano a qualunque desiderio, capriccio, voglia, crimine o bestialità degli ospiti: dallo stupro all'omicidio, fino alle più turpi azioni. Ciò che rende il parco un luogo speciale è che i residenti non hanno memoria e alla fine di ogni giornata, dimenticano quello che hanno subìto. Eppure capiamo sin dal pilot che non è tutto così lineare. Del resto, come Crichton stesso insegna, nei parchi divertimento - che si tratti di dinosauri o di cowboy - nulla va mai come dovrebbe.

Jonathan Nolan, che insieme a suo fratello Christopher ha rivoluzionato alcuni tra i più necessari concetti cinematografici, riunisce in Westworld i suoi temi più cari - il tempo, il sogno, la memoria, l'identità - mettendoli in discussione tutti…contemporaneamente. Ecco quindi che le scatole cinesi di Inception convivono con i paradossi spazio-temporali di Interstellar, facendo apparire e sparire i personaggi come in The Prestige. Se già tutto questo costituisce una sfida, qualcosa di nuovo Jonathan Nolan lo dice anche in tema di fantascienza concentrandosi sulla relazione fra replicanti e esseri umani. Diversamente da quel Blade Runner citato all'inizio, in Westworld non è affatto la capacità di provare dolore che determina l'umanità. Piuttosto, la possibiltà e il desiderio di infliggere il dolore. I residenti del Parco sono privi della capacità di uccidere gli essere umani, ma solo se i loro circuiti funzionano da manuale. Ecco perchè le curve dei personaggi di Maeve, Bernard e Dolores sono così simili tra loro e così diametralmente opposte a quella del Dottor Ford di Anthony Hopkins: l'umanità - e, quindi, come Blade Runner insegna, la loro natura stessa - si misura in termini di capacità e intenzionalità di fare del male. Così i residenti, messi alla prova sul dolore altrui, hanno reazioni che ne determinano differenti ma intensi gradi di umanità e empatia; gli uomini, invece, si addestrano nei laboratori e nel parco a non provare emozioni fino ad annullare ogni limite di crudeltà. Ogni puntata i nervi e lo stomaco dello spettatore sono messi a dura prova (si tratta sempre di HBO del resto, come per Il Trono di Spade anche in Westworld la violenza è una firma) affinché il concetto del dolore - fisico e psicologico - possa essere assimilato e compreso. Per l'androide di Nolan la propria sofferenza non costituisce un'imperfezione, ma la relazione con il dolore altrui può diventare, dopo un addestramento, un'arma o una debolezza. Ecco fatta l'umanità. Si potrebbe dire che se quella di Blade Runner, erede di Asimov e della letteratura fantascientifica classica, era un'umanizzazione del robot, Westworld si dedica piuttosto a una "robotizzazione" dell'essere umano. E dunque a una messa in discussione del concetto stesso di umano. Alla luce di un'intera filmografia passata a demolire i principi di spazio, tempo e identità per Nolan si tratta di un prevedibile scarto logico. E dopo averci fatto dubitare dell'essere noi stessi, di essere davvero svegli e di trovarci realmente in questo luogo, Nolan sembra adesso domandarci se siamo sicuri di essere del tutto umani.

Categoria: Editoriale

Autore: Aurora Tamigio
Data: 13/12/2016

 

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