Chris Smith (Emile Hirsh) è un giovane spacciatore che, cacciato di casa dalla madre, si ritrova a chiedere aiuto al padre Ansel (Thomas Haden Church) e alla sua compagna Sharla (Gina Gershon); deve infatti restituire seimila dollari ai suoi fornitori di droga, senza tuttavia averne i mezzi. Quando scopre che l'assicurazione sulla vita di sua madre frutterebbe circa 50 mila dollari, in caso di decesso, Chris convince la sua famiglia ad assoldare Killer Joe (Matthew McConaughy), un poliziotto corrotto che fa il killer nel tempo libero, per far fuori la donna e intascare così i soldi. Il mercenario, che vuole essere pagato in anticipo, accetta come deposito di garanzia la sorella di Chris, Dottie (Juno Temple), dodicenne smaliziata e abbandonata a se stessa che offre il suo corpo e la sua sessualità per il bene comune della famiglia nella quale vive.
Questa, in breve, la trama del nuovo bellissimo film di William Friedkin, presentato alla 68° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e tratto dalla pièce teatrale del premio pulitzer Tracy Letts. A metà strada tra il pulp tarantiniano e la filmografia dei fratelli Coen, Killer Joe racconta con un umorismo disarmante le perversioni dell'animo umano. Senza risparmiare nulla allo spettatore, il film mette in scena una discesa agli inferi di una realtà familiare disastrata, violenta, che presenta personaggi moralmente ambigui. Chris, che appare un po' come l'anti-eroe della vicenda, è in realtà uno spacciatore con un attaccamento morboso nei confronti della sorella, che molto spesso rischia di scivolare nell'incesto. La stessa Dottie sveste (in tutti i sensi) i panni della vittima sacrificale, e si trasforma in un personaggio scellerato, diviso tra l’affetto per il fratello, e l’attrazione che prova per Joe. Vittima e carnefice al tempo stesso, Juno Temple è, senza dubbio, il personaggio chiave del racconto. Dalla bellezza glaciale, un po' come le protagoniste dei film di Hitchcock, la Temple inchioda lo spettatore allo schermo, per via di quell'inquietante vena di perversione che rende difficile una sua collocazione all'interno di uno schema più ampio. Il corpo dell’attrice, niveo e spigoloso, viene mercificato per tutta la durata della pellicola; usato come merce di scambio in un affare sporco e difficilmente digeribile, viene messo in mostra come se non avesse importanza, come se fosse un altro accessorio di scena. Quello che sorprende è la facilità e, insieme, la felicità con cui Dottie accetta quella riduzione ad oggetto, muovendosi alla stregua di una bambola gonfiabile nelle mani di Joe.
A settantasei anni suonati, il regista de L’esorcista, torna al cinema con un film disgustoso e sanguinolento, pieno di violenza e humor nero, guardando con occhio cinico a quel braccio violento della legge che vede in Joe Cooper il suo massimo esponente. Subdolo, corrotto e crudele, il poliziotto interpretato ottimamente da Matthew McConaughy rappresenta, agli occhi di Friedkin, il più grande fallimento delle forze di polizia. Nato per proteggere i cittadini, Joe è in realtà un mostro dagli «occhi che uccidono», che non ha rancori né conosce il significato della parola rimorso. Con l'ottima fotografia di Caleb Deschanel, e un ritmo sincopato che non fa mai cadere l’attenzione e la tensione, Killer Joe – uno dei migliori film visti al Lido – affascina proprio per quella vena rivoltante che accompagna tutta la narrazione e che rischia di rimanere incollata all’immaginario dello spettatore per giorni e giorni, grazie soprattutto ad un cast eccellente, capace di rendere giustizia ad una sceneggiatura d’alto livello.
pubblicata il 04-10-2011



